La destra attacca i candidati bengalesi del Pd a Venezia: «Votando Pd si vota Bangladesh»
La campagna elettorale veneziana si infiamma con attacchi mirati ai candidati di origine bengalese, accusati di voler imporre valori estranei alla tradizione italiana.

ITALY —
I fatti
- Il Partito Democratico ha candidato due italo-bengalesi al consiglio comunale e cinque nelle municipalità di Venezia.
- Rhitu Miah, 30 anni, è candidata Pd e gestisce una scuola di italiano per stranieri.
- La Lega e Fratelli d'Italia hanno criticato l'uso del bengalese nella comunicazione elettorale.
- Roberto Vannacci e Anna Maria Cisint sono tra i politici che hanno attaccato le candidature.
- Circa 3.700 cittadini italiani di origine bengalese risiedono a Venezia.
- Prince Howlader, figura di spicco della comunità, è entrato nel direttivo di Fratelli d'Italia nel 2025.
- La Lega ha lanciato una campagna sui bus contro la costruzione di una moschea.
Attacchi mirati alla comunità bengalese
Dal 26 aprile, dopo un incontro partecipato al cinema Dante e un articolo su Il Giornale, una serie di attacchi social e dichiarazioni pubbliche hanno preso di mira i candidati di origine bengalese nelle liste del Partito Democratico a Venezia. Esponenti di Lega e Fratelli d'Italia, tra cui Roberto Vannacci, Anna Maria Cisint e il candidato Francesco Zingarlini, hanno alimentato la polemica. Laura Besio, consigliera regionale di Fratelli d'Italia, ha scritto che «il problema riguarda i valori che alcune di queste candidature dichiarano apertamente di voler rappresentare. Siamo davanti a qualcosa che entra in contrasto con i principi fondamentali del nostro Paese». Zingarlini ha sintetizzato: «Votando Pd si vota Bangladesh». L'assessore uscente Francesca Zaccariotto ha aggiunto: «Quando si parla apertamente a una comunità specifica promettendo rappresentanza “per loro”, è legittimo chiedersi che tipo di società stiamo costruendo. Quando dicono “eleggeteci e vedrete cosa faremo nei prossimi 5 anni” non parliamo più di integrazione ma di imposizione».
La replica di Rhitu Miah: «Non siamo i primi, perché ci attaccano?»
Rhitu Miah, 30 anni, a Venezia da 26 e responsabile di una scuola di italiano per stranieri, si è difesa dalle accuse. «Candidati bengalesi ce ne sono stati anche cinque anni fa, anche dieci, qualcuno è stato anche eletto nelle municipalità. Io ho ricevuto proposte da moltissime liste diverse, se mi fossi candidata con qualcun altro mi avrebbero attaccato?» ha dichiarato. Miah ha sottolineato il suo impegno per l'integrazione: «Sono molto delusa da questi dibattiti, significa che la città è divisa, rischia di andare avanti chi non tiene all'integrazione. Io sono cresciuta nella scuola di Kamrul (l'altro candidato Pd), se parlo di integrazione è grazie a quella generazione». Sull'uso del bengalese nella comunicazione, ha ribattuto: «Se fossi madrelingua inglese e scrivessi in inglese ci sarebbe la stessa critica? Per noi è importante spiegare le regole, la costituzione, anche il sistema elettorale, che è diverso in Italia rispetto al Bangladesh. Queste persone hanno diritto di votare e hanno bisogno di farlo nella maniera corretta».
Accuse di imposizione religiosa e la questione della moschea
Alcuni attacchi hanno fatto riferimento a termini religiosi come «bismillah», usati nella comunicazione in bengalese. Miah ha spiegato: «Ci sono espressioni linguistiche in bengalese che non hanno accezione religiosa, “bismillah” si dice solo così, come “grazie a dio” in italiano, o “prega che non sia successo niente”, cose che dico a mia figlia. Questo non significa che gli italiani vogliano imporre un sistema religioso quando emigrano». Sul dibattito sulla moschea, Miah ha tagliato corto: «C'è paura, e c'è chi getta benzina su questa paura. Io penso che un luogo di culto, qualsiasi sia la religione, non sia un male. In pochi ci siamo candidati per avere la moschea, non è che la vogliamo domani, ma è chiaro che vedere sugli autobus messaggi contro la moschea dà fastidio. Perché farlo? Si creano altre divisioni e paure». La Lega ha infatti lanciato una campagna sui bus con messaggi contro la costruzione di una moschea, progetto sostenuto da Prince Howlader, figura di spicco della comunità bengalese entrato nel direttivo di Fratelli d'Italia nel 2025.
Numeri e contesto: una comunità di 3.700 cittadini
Nel comune di Venezia risiedono circa 3.700 cittadini italiani con cittadinanza bengalese, parte di una comunità più ampia di decine di migliaia di persone, molte delle quali senza diritto di voto. I candidati italo-bengalesi sono presenti in molte liste di centrosinistra e anche in alcune di centrodestra, come l'Udc. La polemica è esplosa nonostante la presenza di candidati bengalesi in passato: «Candidati bengalesi ce ne sono stati anche cinque anni fa, anche dieci, qualcuno è stato anche eletto nelle municipalità», ha ricordato Miah. La grafica rilanciata sui social includeva un logo del Pd con i due candidati al consiglio comunale e i cinque nelle municipalità, una versione in italiano e una in bengalese prodotta dai candidati di Marghera. I toni allarmanti usati dagli attaccanti contrastano con la realtà di una comunità che già partecipa alla vita politica locale, come dimostra l'ingresso di Howlader nel direttivo di Fratelli d'Italia.
Le reazioni della destra e le divisioni nella città
Gli attacchi hanno coinvolto diversi esponenti della destra locale e nazionale, tra cui Roberto Vannacci e Anna Maria Cisint. La consigliera regionale Laura Besio ha parlato di «valori in contrasto con i principi fondamentali del nostro Paese». Francesco Zingarlini ha accusato il Pd di voler «votare Bangladesh». Miah ha interpretato queste reazioni come frutto della campagna elettorale: «Forse ci vedono adesso e mi attaccano perché voglio arrivare a tutti, perché parlo in italiano, voglio fare qualcosa per la città». Ha espresso delusione per un dibattito che «significa che la città è divisa, rischia di andare avanti chi non tiene all'integrazione». La presenza di candidati bengalesi in altre liste, come l'Udc, e l'ingresso di Howlader in Fratelli d'Italia mostrano che la comunità non è monolitica e che le critiche sembrano selettive.
Prospettive: integrazione o imposizione?
Il dibattito sollevato dagli attacchi tocca il nodo dell'integrazione e della rappresentanza politica delle comunità immigrate. Miah ha sottolineato il suo lavoro nella scuola di italiano per stranieri, un esempio di integrazione concreta. «Magari non hanno una pronuncia perfetta ma hanno fatto una fatica e un lavoro prezioso», ha detto riferendosi alla generazione precedente. La domanda che emerge è se la presenza di candidati che parlano la lingua della propria comunità sia un segno di integrazione o di separazione. la risposta è chiara: spiegare il sistema elettorale in bengalese è un modo per garantire il diritto di voto, non per dividere. La campagna elettorale veneziana si gioca anche su questi temi, con il rischio che la paura e le divisioni prevalgano sulla volontà di costruire una società inclusiva.
In sintesi
- La destra veneziana ha attaccato i candidati bengalesi del Pd, accusandoli di voler imporre valori estranei e di usare la lingua bengalese per dividere.
- Rhitu Miah, candidata Pd, ha respinto le accuse, sottolineando che l'uso del bengalese serve a informare gli elettori e che candidati bengalesi sono presenti da anni.
- La comunità bengalese a Venezia conta circa 3.700 cittadini italiani, ma la polemica è esplosa solo ora, in campagna elettorale.
- Prince Howlader, figura di spicco della comunità, è entrato nel direttivo di Fratelli d'Italia, dimostrando che la comunità non è monolitica.
- La Lega ha lanciato una campagna contro la moschea, mentre Miah ha definito la paura strumentalizzata per creare divisioni.
- Il dibattito riflette tensioni più ampie sull'integrazione e la rappresentanza politica delle minoranze in Italia.



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